Il Liber Prodigiorum di Giulio Ossequente consiste in un compendio di eventi prodigiosi e fenomeni straordinari verificatisi nella storia di Roma tra il 190 a.C. e il 12 a.C., derivato in gran parte dall'opera di Tito Livio, come confermano Rasmussen (2003) e Oakley (2025). L'opera si compone di brevi annotazioni, ciascuna descrivente un prodigio - cioè un evento percepito come segno divino - come piogge di sangue, apparizioni celesti, nascite mostruose, terremoti, fulmini su templi o statue che sudano. L'intento di Ossequente non era narrativo ma compilatorio: egli riordina e schematizza, per scopi probabilmente moralizzanti e religiosi, un corpus di segni considerati ammonitori. Il libro riflette la concezione romana della religio pubblica, secondo cui ogni prodigio era un messaggio degli dèi, interpretabile tramite i sacerdoti (pontifices, haruspices). È dunque un catalogo teologico della paura collettiva e dell'ordine cosmico infranto, ma anche una fonte sociologica sul rapporto fra potere, religione e natura (Paparella et al., 2025). Con note critiche e testo in latino. In postfazione: I prodigi d'Etruria, che interpreta il libro di Ossequiente in chiave specificamente etruscologica.